C’è sempre una prima volta…

Andrea Gemini e Roberto Tramparulo

Andrea Gemini e Alessandro Tramparulo

Il report di Andrea Gemini e del suo prodiere Tramparulo, partiti con il sole ed il caldo romano, alla scoperta del profondo e freddo nord snipistico, del lago di Caldonazzo. Le loro impressioni e sorprese descritte con semplicità ed ironia. Leggete qui di seguito…

Mal d’Africa o mal di Caldonazzo?

 

Andare a regatare Caldonazzo per un romano non è una scampagnata: sulla cartina il lago è in cima allo stivale, più o meno dove abitualmente si vanno a fare le settimane bianche; viene spontaneo da chiedersi:  “ma cosa c…. vado a fare le regate a Caldonazzo? 

 

Eppure in tanti me ne hanno parlato bene quindi, con spirito di avventura e di sacrificio, decido insieme a Bumbo di mettere la barca sul carrello e partire anche se parteciperemo solo alla Nazionale di sabato e domenica.

 

Ci mettiamo in strada venerdì mattina a Roma con 20° ed il sole, arriviamo sette ore dopo al cancello dell’AVT sotto una pioggia torrenziale ed un freddo inverosimile per la stagione. Ci fanno notare che a causa delle piogge eccezionali degli ultimi giorni il livello del lago è salito di 80 cm.

 

Troviamo diversi snipisti reduci dalle regate del giorno che, per combattere i primi sintomi di assideramento, invocano l’assistenza dai cani di San Bernardo attrezzati con damigianetta di grappa.

 

Le barche sono disposte sul piazzale in un meraviglioso dis-ordine casuale, ma siamo veramente al nord?.

 

La sera a cena nella sede dell’AVT veniamo accolti con calore e siamo ospitati al tavolo assieme a tutto il board del circolo.

 

Ma chi l’ha detto che al nord le persone sono introverse? La comunità di velisti che si ritrova a Caldonazzo a noi è sembrata quanto di più mediterraneo si possa pensare.

 

Sabato finalmente siamo in acqua anche noi; i Rockets poco prima ci hanno dato alcune dritte fondamentali sul comportamento del vento Caldonazzese: “con il vento da Sud meglio stare a destra, se viene dal paese invece meglio stare un po’ più a sinistra. E se viene da Nord? Boh pare che non soffi da quella parte da più 20 anni”.

 

Perfetto ora sappiamo tutto! Peccato che distratti mille altre cose, ci perdiamo le procedure della prima partenza e lo capiamo solo quando vediamo che quella strana bandiera bianca e verde con un puntino blu al centro che stanno ammainando sulla Barca Comitato era la bandiera di classe.

 

Tagliamo la linea con una ventina di secondi di ritardo.

 

Un po’ frastornati ed incazzati ci lanciamo all’inseguimento di tutta la flotta ma dopo alcuni minuti di bolina improvvisamente, con la stessa sensazione di quando ci si sveglia nel cuore della notte al buio in un albergo, chiedo ad alta voce a Bumbo “ma dove è il nord? E l’ovest?”

 

Inspiegabilmente nonostante le varie defaillances recuperiamo una decina di barche, ma appena girata la boa, manovrando con la foga degna di una finale di coppa America, ci accorgiamo che il tangone esce senza essere seguito dal fiocco…ops, ci siamo dimenticati di legare la cima del tangone alla bugna del fiocco!

 

Nella seconda bolina ci buttiamo dalla parte opposta della flotta, la nostra intuizione tattica (dicesi culo) paga e ci troviamo a girare la boa fra i primi dieci, poco dopo però il vento salta di 90° ed il Comitato interrompe la regata.

 

Nel frattempo arriva un groppo di grandine e vento che fa scappare tutte le barche a terra in attesa che il tempo migliori. Il freddo è pungente ma per fortuna al Circolo ci aspettano con abbondanti tazze di rhum caldo appena corretto con il thè.

 

Dopo un paio di ore e con un tasso etilico decisamente elevato si torna in acqua;il Comitato ce la sta mettendo tutta per farci regatare ma la gran massa di nuvole che lambisce tutte le montagne intorno a noi, non lascia ben sperare.

 

Infatti dopo altre due partenze annullate rientriamo a terra con zero vento e zero regate concluse.

 

Per fortuna c’è però una certezza, un faro, a rasserenare e guidare le menti sconsolate dei velisti: la mitica porchetta del Circolo, amorevolmente cotta a fuoco lento e irrorata di misteriosi intingoli fin dalla mattina.

 

A fine cena io e Bumbo, novizi del posto e delle usanze locali, assistiamo affascinati al compiersi di un rito con radici forse millenarie: la messa all’asta tra i velisti, della testa e di una zampa della povera porchetta.

 

E’ tempo di andare a dormire ma purtroppo il nostro albergo forse per una forma di innato ottimismo, non contempla il freddo: manca il riscaldamento e i vetri alle finestre sono sottili come delle ostie. Se ci aggiungiamo poi l’umido e l’odore generato dalle nostre mute stese in bagno ad asciugarsi, il tutto ha rende la permanenza in camera un esperienza no limits, da proporre per il prossimo spot della Red Bull.

 

Domenica finalmente in acqua con il sole, il paesaggio è cambiato radicalmente, le montagne innevate sono da cartolina.

 

E’ però chiaro a tutti che purtroppo anche oggi non ci saranno venti regolari.

 

Dopo una lunga attesa si parte con il vento da Nord; sì proprio quello che qualcuno ci aveva detto non soffiasse su questo lago da prima della caduta del muro di Berlino. Paolino Lambertenghi gira primo la boa di bolina, noi un bel po’ attardati ci troviamo ad approcciare la boa di bolina insieme ad altre barche, addirittura sopravento al traversino. La regata viene interrotta durante la poppa a seguito del ormai solito salto di vento, con grande disappunto di chi era in testa.

 

Il week end sembra stregato e poco dopo la nuova partenza con pochissima aria io sono il primo a pensare che è assurdo regatare in queste condizioni, il mio fine intuito mi dice che, tanto anche questa regata verrà stoppata. Per questo timono distratto e di malavoglia; vengo scosso dal mio torpore dagli urli di Bumbo che giustamente cerca di riportarmi in barca.

 

Invece la regata va avanti e durante la seconda bolina andiamo a cercarci un vento nostro sul lato sinistro del campo: a fare questo bordo del carabiniere ci siamo noi e poco più avanti Renato Bruni, il resto della flotta è a destra. E’ un azzardo ma ci crediamo. Evidentemente all’Eolo ubriaco di Caldonazzo stiamo simpatici e con più aria degli altri, iniziamo a capire di aver fatto il colpaccio (di culo). Taglieremo il traguardo quarti, dietro a dei lontanissimi Solerio, Piazza e Rochelli.

 

Il German Open si chiude così, con una regata che avrà fatto arrabbiare molti e sorridere pochi (noi su tutti).

 

Inizia la consueta corsa frenetica per smontare le barche e caricarle sui carrelli, una gara parallela nella regata, nella quale ci piazziamo invece ultimi.

 

Dopo la premiazione si riparte, ci attendono parecchi km per tornare a casa, ma siamo felici di essere venuti fin quassù: il cielo è azzurro, gli alberi sono di un verde che pensi possa esistere solo con Photoshop, tanta bellezza e armonia della natura fa quasi male agli occhi.

 

Ma quello che più ci ha colpiti, grazie alle persone che animano l’AVT è l’atmosfera di ospitalità, di voglia di fare, di buon umore di Caldonazzo.

 

Ho già un po’ di nostalgia e credo proprio che torneremo a regatare su questo lago alpino; perché forse oltre al mal d’Africa, esiste anche il mal di Caldonazzo.